ho buttato giù una scatoletta di carne come se fosse tequila.non è l’ultima ma so esattamente quante ne sono rimaste nell’armadietto. so esattamente che tipo e quanto cibo ho dentro quell’armadietto. non ho accumulato molto, non ho imparato da mia madre. lei potrebbe sopravvivere ad un’esplosione nucleare e sopravvivere tre vite intere non calando nemmeno di un grammo. ma lei è una che pensa al peggio, è una che ti ruberebbe il cibo dal piatto, è una che non cederebbe un minuto della sua vita. io mi sono trovato con quel che avevo comperato qualche giorno prima, forse con qualcosa di più. l’acqua in bottiglia è finita, ma mi sono rimasti 5 litri di cocacolalite e il rubinetto sembra funzionare ancora. non so per quanto. lo controllo ogni ora. a volte esce un po’ d’aria e sobbalza ma poi torna tutto come sempre. volevo riempire  dei contenitori ma sarebbe stato  stupido. so che dovrò uscire di qui. e riempire dei secchi  non mi regalerebbe nemmeno l’illusione di un luogo sicuro. ringrazio gli dei di essere solo, di non aver nessuno di cui preoccuparmi o per cui pregare. per me non prego. lo evito. lo farò sicuramente, prima o poi, ma mi tengo ben stretta quella preghiera in fondo alla tasca , un asso da tirar fuori quando avrò  eliminato tutte le altre possibilità. qualcosa che mi farà veramente male. il dolore  me la farà tirare fuori.

non sono mai stato attento ai vicini. non ho mai notato i loro orari e i loro rumori. ascoltavo solo la donna con la camera da letto adiacente la mia, scopava con un verso da  cartone animato. il suo aspetto ti portava alla mente tempi andati, quelli in cui le donne indossavano solo gonne al ginocchio. e sentirla gocciolare con quella vocina mi lasciava a bocca aperta. forse avrei voluto scoparmela , tutto qui. è cinque giorni e tre ore che non sento rumori di nessun tipo. la corrente elettrica c’è. zero comunicazioni. è successo all’improvviso. ne ho lette così tante di storie di questo genere che è come se me lo aspettassi.bum. uno scrive storie, uno le legge, ma prima o poi la probabilità dice che una di quelle storie diventi realtà. speravo in una storia d’amore invece mi ritrovo a vivere qualcosa di cui non ho ancora un’idea. o forse cerco di non trovare idee perchè so quanto tremende possano essere. ancora tre giorni e poi uscirò di qui. non sono armato. non credo di saper combattere. ma in quanto a sopravvivenza sono un artista.

-devi farti la doccia.

Lo ripetevo al rallentatore “de vi far ti la doc cia”. lo ripetevo da tre ore. ormai mi usciva in automatico ogni tre minuti. ormai aveva perso ogni significato. come quando ripeti una parola all’infinito per toglierle ogni valore. mentre lo ripetevo avevo raccolto i 35 giochi, le 5 bambole, i 23 libri e un numero non preciso di pastelli, di pezzi di pastelli, di pezzi di plastica che non avevano più una  collocazione. succede sempre, cerchi di dare ordine e ti ritrovi sommerso in una discarica. succede anche coi pensieri, cerchi di dare loro ordine e ti trovi su un cornicione a cercare l’attimo perfetto per saltare.

mentre lo ripetevo avevo passato lo straccio sulle mattonelle cercando di eliminare uno strato di zucchero appiccicoso. qualche caramella abbandonata o qualche ghiacciolo di cui Lo si era stancata. Lo si stancava del cibo e lo lasciava, come segno del suo passaggio.

-Devi farti la doccia. mentro lo ripetevo non staccavo una parola dall’altra. avevo stirato le sue 3 magliette preferite. una rosa con la s di supergirl, una rosa con un fiocco e una rosa con le maniche a sbuffo. Lo non può farne a meno, del rosa intendo. Non fa capricci con null’altro, è il rosa che la frega. fin che la frega il rosa è al sicuro.
Potevano passare altre tre ore ma non avrei mai e poi mai attirato la sua attenzione. Qualsiasi cosa uscisse dalla mia bocca quella mattina non avrebbe avuto significato, nè per lei nè per nessun altro. Parlavo per non cadere nello sconforto della paura, parlavo per mantenere il livello di salivazione decente, parlavo per riuscire a mettere assieme dei ragionamenti. mentre le dicevo di farsi la doccia avevo preparato la valigia. avevo scelto le cose a cui tenevo di più. avevo aperto l’armadio e avevo dovuto scegliere. non avevo tempo di giocare con le gonne e con lo specchio. fu semplice, era già tutto nella mia testa. il resto, chissà che fine avrebbe fatto. me lo immaginavo bruciato in un bidone o tagliato in mille pezzettini , tagliato per un incantesimo. non uno di quelli che so fare io, di quelli da zucchero filato e da versi di amore eterno, no. uno di quelli di cui temere.

mentre le dicevo di farsi la doccia calcolavo quanti minuti mi rimanevano. saremo scappate , almeno fino a quando Lo sarebbe stata in grado di fare Magia. Lo diventerà una di quelle streghe che nascono ogni qualche manciata di millenio. sotto una stella primitiva e potente. a vedermi sembrerei una che ha deciso all’improvviso di andare a trovare un’amica. non è così. è anni che progetto questo viaggio. nulla è lasciato al caso tranne la frivolezza di riempire la valigia e il fatto che Lo non voglia farsi la doccia. fra qualche anno sarà così piena di Magia che nessuno ci potrà sfiorare. nessuno potrà sfiorare Lo, quel che sfiorerà me sarà di relativa importanza.

indossai delle scarpe rosse, la mia gonna al ginocchio blu e una camicetta bianca. quella mattina sapevo che non sarei riuscita a fare la doccia a Lo. sapevo che era solo una serie di parole che mi avrebbero aiutato ad arrivare pronta alla porta.

dammi la mano Lo. prendi il tuo zaino coi libri. è ora di andarsene. e lasciammo dietro di noi solo l’odore di un incantesimo.

non posso più farne a meno. è l’estica morbosa dell’immobilità che mi frega. della plastica e della puzza di latex. la puzza di latex che assomiglia a quella dei preservativi senza lubrificante. i preservativi mi piacciono, se non fossero unti. cosa serve lubrificarli, sputami addosso. se sputi mi fai un regalo. se mi soffochi mi fai un secondo regalo. non posso più farne a meno, sono alla ricerca spasmodica di immagini. donne rinchiuse dentro perfette e lucide tenute che le rendono prive di identità se non quella di Regina. metto mezza scatola di mais dentro un piatto delle Winx e non mi muovo dallo schermo. mangio due bocconi e mi dimentico del piatto di carta, di quelli da compleanno. non mi piacciono le corde, mi piacciono le stringhe di cuoio nere. il nero sta bene con tutto. anche se sono a testa in giù e con una pallina infilata in bocca con la saliva che cola il nero sta bene. sento la bocca, ho voglia di sbavare. chiudo le gambe. la mia gonna sotto il ginocchio mi scivola addosso, avvicino i piedi come se fossi seduta su una panchina in mezzo a della gente. non ho i tacchi, sono senza scarpe così mi mi appoggio sulle punte.non oserei mai indossare un costume da bagno in pubblico. ma mi sono comperata un vestito da Alice , quella del coniglio, l’Alice che si annoia dei libri senza figure. è sulla sedia vicino al letto. la sedia delle cose nuove a cui trovare un posto, accanto alla sedia delle cose indossate una volta sola. d’estate la sedia delle coseusateunasola volta non funziona molto, è solo un passaggio prima della lavatrice. ma non posso farne a meno. non divido mai la biancheria bianca da quella colorata, tengo la temperatura bassa e il gioco è fatto. annuserei la maglietta sudata del mio uomo. torno allo schermo , sono una donna così romantica, in fondo allo stomaco. guardo il mais, sembra finto dentro quel piatto. nessun sano di mente lo mangerebbe, io lo annuso e ne rendo un chicco, me lo schiaccio sotto il palato. potrei continuare tutta la notte a cercare, sarà che tutte hanno la pelle bianca. suona il campanello, non aspetto nessuno. la prima cosa che mi viene in mente è che indosso delle mutande rosa con dinosauri, dovevano essere per una bambina di 4 anni, ho preso la taglia 12 anni per sbaglio, mi vanno bene e me le sono tenute. apro la porta. forse mi trovo davanti una con una 44 magnum a cui ho rubato l’amore. mi guarderà con gli occhi di chi ha perso. sorriderei. mi trovo davanti uno sconosciuto che mi allunga un catalogo dicendo che ripasserà. rimango quasi delusa. surgelati di piatti precotti. mi butto sul divano verde di vellutino e sogno di cucinare per qualcuno.

per una volta ho deciso di non  condannarmi ad essere me stessa. non ho preso informazioni su nulla, non arriverò là come se tutto fosse un enorme dejavù. non ho comprato libri, nè cartine, non so nulla sulla rete metropolitana e sul costo dei trasporti locali. non ho individuato in che zona è il nostro albergo e non so che tipo di prese elettriche hanno. voglio sentirmi persa, voglio perdermi e non sapere dove è il nord e l’est . mi sforzerò di non ascoltare l’ istinto da navigatore e nessuno mi dirà “ma come fai a saperlo”. respirerò e non penserò. non me ne andrò in giro a guardare i piedi sperando di non vedere nike. non osserverò cosa indossa la gente e non mi fionderò dentro un negozio di biancheria intima a leggere le etichette e a fare il conto sul costo al produttore. giuro, non entrerò in un ristorante sapendo già cosa ordinare. e,se entrassi nel reparto BDSM di un sexyshop a tre piani, non guarderei da dove provengono le palette da spanking, dall cina o dal texas come le mie. perchè in texxxax producono il miglior cuoio al mondo. non studierò come sono disposte le cose e se profumano l’aria di latex per farti venire voglia di farti infilare una ball gag. nulla di tutto ciò. voglio camminare in mezzo a facce che non osserverò, camminerò aspettando un labirinto di quelli di siepe. arriverò fino al centro e lì ci sarà una panchina. aspetterò senza paura perchè gli dei mi sorridono.

da quando non dormo arriva l’ora in cui il tempo si dilata. non succede la stessa ora tutte le notte. ieri è successo alle 23.14. non porto l’orologio, non ne possiedo, ma trovo orologi puntualissimi ovunque. e succede soprattutto quando non ho voglia di sapere a che punto delle 24 ore sono. se non so posso illudermi che siamo quasi al traguardo. quando scatta quel preciso momento ogni mia azione viene rallentata e protratta con l’unica utilità di riempire l’unità spazio tempo.

ieri sera, scattata l’ora, sono andata in bagno, mi sono infilata del dentifricio direttamente in bocca e , con lo spazzolino in mano, mi sono seduta sul water. non accendo mai la luce, basta quella del corridoio. riesco perfino a leggere, fino a quando diventerò cieca. le mutandine non scendono ma alle caviglie, si fermano alle ginocchia. ho iniziato a sfregare i denti. ho fatto la pipì e ho continuato coi denti fino a quando saliva e dentrificio mi colavano addosso. sulle gambe fino alle ginocchia. avevo 7 spazzolini, tutti spariti. ho usato l’ultimo rimasto, uno di quelli piccoli e rosa. ho sputato quel che rimaneva nel lavandino e ho capito che la mezzanotte era passata. puzzavo di menta, ero sudata. non per il caldo ma perchè non mi sento al sicuro, al buio. avevo finito di leggere Il Gioco, che non s’intitola così. per me rimarrà sempre Il Gioco. crisi d’astinenza di ogni genere. di parole, di emozioni, di amore e di sesso. frugo silenziosamente ovunque. mi riduco a leggere attentamente i volantini dell’hard discount, e li rileggo. ho voglia di tagliuzzare una gomma per cancellare o qualcosa di simile. non ho nemmeno fame, se no potrei cucinarmi qualcosa. il divano non si è allungato e mi sporgono sempre i polpacci , mi accuccio e penso che se fossi una nana ci starei alla perfezione. aspetto così, ripetendo tutte le parti del corpo umano che mi vengono in mente. saltando lo stomaco ulceroso e insistendo sul cuore.

tutti sappiamo che è caldo. non serve che ogni persona me lo faccia presente. è c a l d o. e allora? ho voglia di essere scopata nel cuore ma se non distolgo il pensiero impazzisco. non posso passare la giornata in un angolo a sbavare, a sbavarmi addosso. se avessi fame non leccherei la vetrina di un panificio. aspetto di poterci mettere le mai sopra, al cibo. evito di concentrarmi sul caldo che ti scioglie le infradito di plastica. che le fa diventare un tuttuno con l’asfalto. faccio finta di non sentire le gocce di sudore scendere lungo la schiena, sotto le ascelle.

la piccola p non sa quello che vuole, sembra confusa, sarà questo c a l d o. dopo 3 minuti al parco scappa via, dice che il sole non lo vuole. il fatto che abbia i canini a punta mi fa fare mente locale. Lestat. mi ero fatta mordere da Lestat quasi quattro anni prima? non vuole saperne di tornare a casa e non posso non proporle un giro in auto. distensivo per me. dice che il seggiolino scotta , dice che vuole aria freasca. partiamo sempre scommando. mi accorgo che il carburatore ha qualcosa che non va, gli do 500km di vita. in 500km me ne farò una ragione.

giriamo in tondo, arriviamo al solito bar del siciliano che crede parli tedesco. della barista che mi racconta di parlare col fratello morto 6 mesi prima. mi disse che era morto in un incidente di caccia, un errore, qualcuno gli aveva sparato. si era sparato da solo , si era staccato la faccia ma questo l’avevo tenuto per me. caffè e succo ananàs come dice p. facendo sbattere due volte la lingua sotto il palato. lo bevo e guardo fuori una zoppa elegantissima. è ora di andare.aufiedersen.

saliamo, partiamo sgommando. ma vado piano piano. zona pedonale, max 30 km/h. quel passo di crociera che ti fa annusare il c a l d o. freno all’improvviso. una station wagon bordeaux skoda del 1987 si butta davanti a me senza guardare. alzo le mani al cielo gridando lentamente B U O N D I O in modo che il 50enne baffuto legga il labbiale. accosta , vuole farmi passare. passo e mi giro verso la sua faccia. voglio vederlo. leggo il suo labbiale. S T R O N Z A. io sorrido e vado avanti mostrandogli il segno internazionale di benvenuto . sento l’ulcera spaccarsi e sussurro p e z z o d i m e r d a. non voglio che p mi senta. arrivo al semaforo sputando bile. è c a l d o. sento una macchina accostare. giro e vedo il baffuto isterico problematico urlare. dopo pochi secondo inizio a sentire cosa dice. LEI é PROPRIO UNA STRONZA: UNA STRONZA: SPERO CHE IL SUO UOMO LE FACCIA LE CORNA PERCHE’ E’ DIFFICILE BECCARE UNA STRONZA COME LEI. non mi ha dato della puttana, questo è il mio primo pensiero. il secondo è che non ho una pistola. mi abbasso e palpeggio sotto il sedile. nulla. sorrido e non respiro. apro lo sportello e scendo con la determinazione di chi ha la lucida follia in sè. sento p che mi chiede perchè quel signore è un pezzo di merda, io le rispondo che non deve dire certe cose e vado avanti. vedo che il baffuto codardo alzare il finestrino. sorrido. mi metto con la faccia a pochi mm dal suo finestrino. c’è una bionda. sta per aprire la bocca. me lo sento. la prima cosa che dico come una formula magica è STIA ZITTA. do un’occhiata alla mia auto per vedere se la piccola creatura della notte è ancora al sicuro. ora apro la portiera di questo bastardo e gli spacco la testa. non è il caldo. la sua è stata una reazione da c a l d o. la mia no. vuole avere R A G I O N E? lo dico come se non avesse risposte giuste o sbagliate. come se qualsiasi busta aprisse la risposta fosse completamente errata. sto per aprire la portiera della sua skoda. sorrido alla bionda. il semaforo torna verde e il baffuto codardo scappa. s c a p p a. rimago lì in mezzo alla strada sotto una bolla di c a l d o che non sento. mi hanno privato della vendetta. mi sento male. torniamo a casa. piango. mi fa male il fegato. p canta HAPPY BIRTHDAY to you, HAPPY BIRTHDAY MR.PRESIDENT. è colpa mia, l’altra mattina pensavo a marilyn.

sono esattamente 93 giorni che lo seguo. non lo seguo a piedi. lo guardo dal mio appartamento. lo guardo attraverso lo spioncino. sento i suoi passi, le sue chiavi infilarsi nella serratura, la porta aprirsi e chiudersi. sto segnando su dei fogli i suoi orari. non sono mai uguali a se stessi. solitamente si alza tardi ed esce dopo mezzogiorno. ma non è detto. a volte mi sorprende. ma io non dormo. il massimo che posso fare è sdraiarmi con un cuscino tra le ginocchia sognando a occhi aperti. sono sempre pronta a cogliere i dettagli. le briciole che lascia dietro di lui. lo sento arrivare ed esco con un sacco dell'immondizia pronto come scusa. gli sorrido. lui fa lo stesso. non sento mai odore di cibo. non sento mai la tv, o il telefono. non è un sileziofobico. quando gli sorrido con gli occhi non lo faccio. e lui lo sa. ricambia e lo fa meglio di me. la sua bocca mi dice mi piaci i suoi occhi mi dicono vorrei poterti rigirare come una maglietta scucendoti dalla bocca al culo per poi appenderti. o qualcosa del genere. il giorno in cui mi disse buongiorno mi intimidii e abbassai gli occhi. gote rosse per lui che non avrei voluto donargli. le gote rosse sono eccitanti, eccitate. sono due parole magiche che non possono non farmi fare pensieri osceni. se ti infili un fallo di vetro trasparente con ricami blu potrebbe piacerti. chiudi la bocca, se puoi, e stringi i denti. è una sensazione medica. fredda come un divaricatore.

un giorno sono riuscita a infilare la testa nel suo appartamento prima che quasi mi ghigliottinasse. un orologio alla parete che non segnava l'ora esatta. lacetta dei secondi immobile.  dovevo entrare là, anche solo per fargli trovare i mobili spostati. pago la singora delle pulizie. ora ho la chiave che tengo in mano tutta la notte fino a quando la sento sotto la pelle. esce. respiro, corro alla mia finestra e vedo la sua auto allontanarsi. mi trovo davanti alla sua porta . un giro di chiavi due giri di chiave. chiudo la porta dietro me e guardo. apro il frigo e osservo come fosse una vetrina. apro anche il freezer. ho voglia di mangiare qualcosa di suo. prendo uno yogurt. mi siedo composta sul suo letto  e lo mangio bevendolo dal vasetto e usando le dita. voglio andarmene ma non prima di fare quello che sono venuta a fare. ce l'ho in tasca. esco portandomi il vasetto dello yogurt e lisciando con le mani il suo copriletto verde. le mie dita sono pulite le ho leccate per bene.
Ora che anche il suo orologio funzionava e il tempo scorreva  non sarebbe più stato immortale. Ma avrei continuato comunque a sorridergli solo con la bocca. 

"Novità,qualche idea?mi sono appena depilata,cazzo quella crema è propio miracolosa,anche la gnocca te la lascia lisciiia e senza punti rossi.Ho voglia di drogarmi "

"dicono si possa crescere, io non ho ancora conosciuto nessuno che ci sia riuscito. soprattutto noi amanti clandestini che ogni volta abbiamo quella speranza, priva di ogni logica."

la signorina s mi chiama piangente, vuole morire e suo padre ha tentato per l’ennesima volta il suicidio senza riuscirci

la signorina k mi chiama piangente, non ce la fa più, e ci credo
la signorina s2 credo sia piangente, barricata al fresco

io sono arrabbiata e dolorante. vorrei una lotteria speciale che assegni almeno a una di noi il biglietto vincente, quello che ti renda unpofelice.

lo meriteremo più delle altre ma sembra che il mondo non se ne accorga.

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